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Mps, Popolare Bari e la banca del Sud. I rischi di un’Alitalia del credito dopo le elezioni regionali

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Tra i tanti dossier che il Governo sembra aver deciso di rinviare a dopo le elezioni regionali (che tra l’altro si terranno anche in Puglia e Toscana), oltre alle nomine al vertice della Popolare Bari c’è’ anche il varo del decreto per avviare la ri-privatizzazione di Mps da realizzare – secondo gli accordi con la Ue – entro la fine del 2021.

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd) punta sulla privatizzazione da realizzarsi tentando un’aggregazione con un’altra banca. Il Movimento5Stelle, a sentire la parlamentare Carla Ruocco, sembra prediligere invece il break up “statale” del Monte Paschi di Siena con la separazione tra una band bank da far confluire nella società’ pubblica Amco e la cessione di una parte degli sportelli alla Popolare Bari, controllata al 97% da Mcc (sempre a proprieta’ dello Stato).

L’idea di una grande banca del Sud affascina da tempo il mondo della politica e, partendo dai 5Stelle, e’ trasversale a molti partiti.

Il progetto resta vago e ha un solo elemento di certezza: lo Stato dovrebbe investire qualche miliardo per costruire il fantomatico polo bancario del Centrosud. Miliardi che andrebbero ad aggiungersi ai tanti salvataggi di Stato di imprese in crisi. C’è n’è’ davvero bisogno? Banco di Napoli e Banco di Sicilia erano pubblici e sappiamo la fine che hanno fatto. Molte altre banche del Sud, nel corso degli ultimi 20 anni, sono state pilotate da Bankitalia in stato pre-fallimentare all’interno di grandi e piccoli gruppi bancari privati del Nord. È’ andata così’, ma evidentemente la storia è’ stata dimenticata.

Ora, creare artificialmente a spese dello Stato una grande banca commerciale per il Sud, oltretutto basata su una maxi rete di filiali proprio mentre il digitale spinge a razionalizzarne il numero, può’ creare i presupposti per la nascita di un carrozzone statale pagato dai contribuenti di cui non si sente la mancanza. Il business bancario può’ essere fatto efficacemente da privati. Un conto è’ se lo Stato interviene a salvare una banca per tutelare i depositanti. Un altro conto è’  se per motivi di consenso politico si prova a costruire un’Alitalia del credito. Quella del trasporto aereo, basta e avanza.

  • Tommaso Riccardi |

    L’assenza di importanti istituti di credito in un contesto così fragile come quello meridionale rappresenta una forte carenza infrastrutturale che certamente non aiuta lo sviluppo di quell’area e nemmeno della nazione. Non starò qui a ricordare tutti gli studi che confermano l’esesitenza di maggiori investimenti bancari nelle aree con maggiore presenza di sedi di Istituti di Credito. Le grandi banche private seguono ovviamente gli affari più redditizi e più immediati dove si trovano (e si trovano al nord è lì che investono). Ma non é sempre e non é solo questo il motivo per cui si sceglie di investire in un luogo o su un’azienda. Spesso assumono rilevante importanza anche fattori territoriali agevolando gli operatori sul territorio ove hanno sede gli operatori del credito. Sotto questo aspetto la Sua considerazione sugli squilibri territoriali esistenti nell’offerta di servizi anche bancari e finanziari, oltre che ad una non provata migliore efficienza del sistema bancario privato rispetto al pubblico, deve anzi indurci ad una riflessione sulla validità di modello di sviluppo così disequilibrato e fragile. Molto spesso le banche (al nord come al sud) lasciano alla collettività ed alle istituzioni l’onere della soluzione dei loro problemi. Perciò, ovviamente, resta centrale il ruolo dello Stato in questo settore anche rispetto alla tutela costituzionale del risparmio, oltre che nell’interesse pubblico ad una crescita nazionale equilibrata non solo attraverso una adeguata produzione normativa ed attraverso il controllo dei vari players presenti sul mercato, ma anche contribuendo a creare le condizione (p.e. investendo direttamente, quando si è in presenza di ingenti investimenti e in assenza di profitti immediati) per una crescita del sistema nella direzione auspicata. Anche per questo io credo che nell’interesse nazionale non si possa mantenere a lungo una presenza delle banche così squilibrata territorialmente e che l’intervento pubblico (anche diretto) nel settore bancario sia necessario ed anzi anche urgente per il paese.

  • Alessandro Graziani |

    Il tema non e’ nelle differenze tra Nord e Sud. Ma tra pubblico e privato. Nel caso delle banche, in Italia i dissesti ci sono stati in entrambi i casi. Ma le grandi banche che sono rimaste, forse non e’ un caso, sono private. Hanno sede al Nord ma sono presenti in tutta Italia. Per un cliente cosa cambia?

  • tommaso riccardi |

    Egregio sig. Graziani, la sua riflessione sulla condizione delle banche nel mezzogiorno e sul ruolo dello stato non è assolutamente condivisibile nei presupposti (mi riferisco alla conduzione delle banche, Banco di Napoli in primis), io la ritenfo superficiale in quanto tralascia di considerare che le soluzioni alle crisi delle grandi banche del mezzogiorno sono state per lo meno discutibili (?!). Ed infine non analizza i costi per lo sviluppo di quell’area legate dell’assenza di un operatore con vocazione territoriale specifica. E’ proprio di oggi 15 settembre 2020 un articolo (in prima pagina su IL MATTINO) che analizza la vicenda della cessione della più grande banca della nazione e del suo annientamento, Due pesi e due misure. Io sono convinto che la sua analisi sia errate ed in prospettiva comprometta anche le possibilità di uno sviluppo omogeneo della nazione. Le critiche vanno bene sempre, ci mancherebbe. Ma farebbe piacere anche leggere le soluzioni proposte a problematiche “condivise”. Cordialmente Tommaso Riccardi Dottore commercialista in Solopaca (Bn)

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