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Mps, lo Stato al bivio tra nuovo capitale o bond “da usura” al 15%

</span></figure></a> La sede del Mef
La sede del Mef

Mps resta una banca in crisi e, dopo essere finita sotto il controllo dello Stato nell’ambito di un primo piano di salvataggio, prevede di chiudere i bilanci in perdita anche nel triennio 2020-2022. Ora ha ricevuto il via libera condizionato da Bce all`operazione di cessione dello stock esistente di Npl ad Amco, che dovrebbe completarsi entro fine anno. Ma la scissione dei crediti a favore della società’ controllata dal Mef genererà’ un deficit patrimoniale che Bce chiede di ripianare in fretta. Come? Tre le condizioni poste dalla Vigilanza. 1) emissione di un bond Tier2 da 250 milioni. 2) la vigenza di una normativa che autorizzi il MEF a sottoscrivere altri strumenti di capitale (azioni, AT1 o T2) a condizioni di mercato, per un ammontare non superiore al 70% del totale dell`importo, atteso che il restante 30% dovrà essere reperito sul mercato e (3) l`impegno di tre banche d`affari a far sottorcrivere a privati il 30% di un T1 di importo non specificato che Mps dovrà “potenzialmente emettere”.

Il costo stimato delle cedole dei bond “quasi equity” da emettere, rischia di zavorrare il conto economico del Monte. Secondo l’analista finanziario Giovanni Razzoli di Equita Sim, “un Tier2 da 250 milioni potrebbe avere un costo di circa il 9%, in linea con i rendimenti degli stessi strumenti outstanding che implicano uno spread di circa 470 punti base verso BancoBpm”. Ben più’ alto, ai limiti dell’usura, il costo del bond Tier1 che Mps dovrebbe emettere per riequilibrare i ratios patrimoniali. “Ci risulta improbabile la possibilità che Mps sia in condizione di emettere un T1, che secondo noi potrebbe costare intorno al 15% – afferma sempre Razzoli – che penalizzerebbe ulteriormente la redditività prospettica e il relativo cuscinetto di capitale non verrebbe valorizzato in ottica M&A”. Con queste prospettive, l’unica alternativa per non compromettere ancor più’ la redditivita’ di una banca in crisi da oltre dieci anni e’ una sola. “Continuiamo a ritenere più percorribile e quindi concreta l`opzione di una ricapitalizzazione di importo pari alle risorse stanziate dal MEF (1.5 miliardi) – commentano da Equita – che potrebbero essere utilizzate per aumentare le coperture dei rischi legali e rendere lo scenario di M&A più concreto”.

A meno che il deficit patrimoniale del Monte, aggiungiamo da Bankers&co., non venga coperto da qualche banca che intenda farsi avanti per un aggregazione con Siena. Ma anche tra le big del settore in Italia (UniCredit, CreditAgricole e Bnl-BnpParibas) non c’è’ grande interesse in questa fase per il dossier Siena. Destinato a rimanere ancora per un po’ uno dei tanti problemi di cui dovrà’ farsi carico lo Stato.